EmmeBi Attached

Gli allegati di EmmeBi Blog: articoli tratti da Il Foglio, GQ, LINK Magazine, Rolling Stone, AD, Vanity Fair e Style Magazine del Corriere della Sera.

Wednesday, August 06, 2014

 

DIO SALVI LA PARODIA

Una legge britannica dà il diritto di usare i materiali protetti da copyright per prenderli in giro. 

Il Foglio - 6 agosto 2014

Dio salvi la Regina. Ma anche il benemerito humour britannico.
Sembra questo il messaggio indiretto lanciato dalla House of Lord britannica dopo aver deliberato un nuovo testo normativo intitolato "Copyright and Rights in Performances (Quotation and Parody)” che intende mettere fine alle diatribe sollevate dalla rielaborazione a scopo umoristico dei contenuti protetti da diritto d'autore. La nuova legge, in vigore dal prossimo 1 ottobre, regolerà il diritto di ideare e pubblicare parodie, caricature e prese in giro di messaggi pubblicitari, canzoni o altre opere dell'ingegno, utilizzando materiale coperto da copyright.
 In pratica si tratta di creare un nuovo diritto di “fair dealing” (letteralmente attività leale) legata alla parodia, tecnica satirica piuttosto utilizzata nella cultura anglosassone. La legge vuole sopratutto regolare tutte quelle comunicazioni e campagne non-profit (quelle che da noi vengono chiamate “pubblicità progresso”) che “intendono mettere in luce pratiche d'affari discutibili, facendo la parodia del brand o degli slogan di una società, senza incontrare problemi insormontabili con avvocati e titolari di copyright” ha dichiarato alla stampa il ministro conservatore per la proprietà intellettuale baronessa Lucy Jeanne Neville-Rolfe. Questa legge è stata fortemente richiesta anche da diversi siti e titolari di profili su YouTube che promuovono la creatività condivisa e che nel corso degli anni hanno dovuto affrontare molte azioni legale e spesso si sono visti bloccare la diffusione dei materiali. Ovviamente la parodia non deve essere offensiva per l'oggetto della satira e inoltre i tribunali devono valutare una serie di fattori per determinare se l'uso di un lavoro protetto da copyright è “fair”, ma comunque il fatto che la parodia entri nei testi di legge rappresenta un nuovo significativo traguardo.

Il tema delle parodie peraltro è attualissimo, considerato che in questi giorni sta furoreggiando nelle classifiche delle vendite dei dischi e nelle visualizzazioni in rete l'ultimo lavoro di Weird Al Yankovic, re assoluto della canzone parodistica da circa venticinque anni, ma che per la prima volta oggi raggiunge la vetta delle chart USA e UK grazie a “Mandatory fun” il suo ultimo disco (primo album umoristico a salire al numero uno delle classifiche di vendita americane in 54 anni di rilevamenti). Quest'ultimo disco contiene parodie delle più famose popsong degli ultimi anni, e così “Happy” di Pharrell Williams diventa “Tacky” (di cattivo visto, kitsch) e la sexy “Blurred Lines” si trasforma in “Word Crimes” una sorta di inno per grammar-nazi sulle depravazioni nell’uso della lingua inglese negli sms e sui social network, il cui video ha raggiunto in pochi giorni dieci milioni di visualizzazioni. Non essendoci ancora in USA una legge che protegga la parodia, Yankovic è stato costretto a incidere un album ogni cinque-sei anni per far fronte a tutte le beghe legali legate alla violazione dei diritti d'autore.

La legge deliberata dalla House of Lords peraltro contiene anche una nuova regolazione sul “Copyright and Personal Copies for Private Use” che in pratica istituisce alle persone che hanno legalmente e definitivamente acquisito un disco o qualsiasi altro materiale protetto da copyright, il diritto di poter fare una propria copia di materiale per il proprio uso privato, ovvero non per fini commerciali. Tutto questo senza aggiungere alcun equo compenso che i legislatori hanno definito una tassa “inefficiente, burocratica e ingiusta”, facendo imbestialire le varie categorie dei titolari di diritti d'autore.
Ma questo non fatelo sapere al ministro Franceschini...

Monday, August 19, 2013

 

Funny Fiat in America

Finalmente un spot simpatico per la 500 L negli USA. E azzeccato. La controprova? Non piace a Rep.

Il Foglio - 14 agosto 2013


Per il gruppo Fiat in USA non c'è solo Chrysler.
Sergio Marchionne è da sempre convinto che nel mercato americano ci sia spazio anche per la Fiat 500. A due anni dal lancio, dopo alcuni problemi di ordine logistico, sono state raggiunte le 100 mila utilitarie vendute, ed è un piccolo successo considerato che la city car non è propriamente il genere di auto più venduta negli States.
A giugno è stata lanciata la Fiat 500 L, la monovolume compatta più grande del modello base e che è particolarmente rivolta al mercato nordamericano.
Sul fronte della comunicazione Fiat USA in questi anni ha adottato la strategia, non sappiamo quanto consapevole, del trial and error ovvero dell'andare per tentativi, senza una vera linea coerente di continuità: per la comunicazione della Fiat 500 la succursale Usa è passata dalle atmosfere del drive-in anni '50 all'utilizzo di un testimonial piuttosto ingombrante come Jennifer Lopez, passando ultimamente attraverso degli spot in cui viene rivendicata l'italianità del brand, ma attraverso il registro ironico. I risultati fino ad oggi non sono stati particolarmente brillanti: nello spot “Immigrants” alcune 500 salpano dalla “splendida cornice” della costiera amalfitana per approdare sotto la Statua della Libertà, con un neanche troppo velato riferimento alla grande ondata migratoria dei primi del Novecento (la canzone in sottofondo è un'agghiacciante versione dance di “Torna a Surriento” cantata da Arianna e Pitbull). L'altro (“Italian Invasion”) in cui viene immaginata un'invasione del Nord America nell'800 ma al posto degli inglesi ci sono gli italiani, latin-lover e con la voglia di divertirsi. Rilettura della storia e triti stereotipi, scarsa comunicazione dei plus dell'auto e, sopratutto poche risate strappate, perché in fondo quello sarebbe l'obiettivo prefissato: divertimento, viralità in rete, notorietà e popolarità, gli step che un commercial di successo deve compiere.
Da qualche giorno però c'è in giro su internet un nuovo lungo spot della Fiat 500 L (“Backseat Italians”) davvero divertente e ben realizzato e che si basa su un surreale presupposto: ogni 500L venduta avrà come optional gratuito un'intera famiglia italiana sul sedile posteriore che accompagna i clienti in ogni loro viaggio. In tre minuti vengono riassunti le peculiarità e i luoghi comuni che caratterizzano gli italiani agli occhi del mondo: la mamma, il caffè espresso, il cibo, il calcio, la generosità e la predisposizione a corteggiare le donne. Pura caricatura, ma proposta in modo ironico ed efficace (gli attori recitano in italiano) e che spinge chiunque a condividerlo via mail o social network ai propri amici.
La cosa ancora più interessante è che lo spot è stato realizzato e diffuso attraverso Funny or Die, il sito di comicità demenziale fondata da Will Ferrell e Jude Apatow e partecipato da HBO e che solitamente ospita video comici e parodie cliccate da centinaia di migliaia di persone. Insomma, è un po' come se il PD si facesse realizzare gli spot della campagna elettorale dell'ex-blogger Zoro (e sarebbero di certo migliori di quelli che si vedono) o se Crozza scrivesse i testi dei discorsi di Flavio Briatore.
Quelli di Fiat Usa hanno capito che ormai è tramontato il classico modello persuasivo della pubblicità, e che spesso l'autoironia e la parodia ben fatte sono più efficaci dei canonici messaggi commerciali. Anche aziende come Ikea e Guinness hanno intrapreso la stessa strategia collezionando successo, notorietà e vendite.
Ovviamente i commentatori dei siti di Repubblica e il Corriere, che hanno pubblicato il video negli scorsi giorni, ci hanno visto un messaggio subliminale di Marchionne nel voler prendere le distanze dall'Italia. E che dire, lasciamoglielo pensare!


Wednesday, July 31, 2013

 
Le rivoluzioni del settore pubblicitario e le anticipazioni di "Mad Men" 

Il Foglio - 30 Luglio 2013


Nel mondo dell'advertising le fusioni sono all'ordine del giorno, quasi una routine.
Tutte le varie sigle delle principali agenzie pubblicitarie (BBDO, TBWA) sono frutto di operazioni di merger & acquisition. Fondendosi tra loro le agenzie riescono ad avere una maggiore forza contrattuale nei confronti dei clienti in sede di gara e a sfruttare certe economie di scale del terziario avanzato, ma spesso sono anche generatrici di crisi e aspri conflitti al proprio interno.
Gli amanti delle serie tv americane questo lo sanno bene. Nella seconda e sesta stagione di Mad Men (quest'ultima ancora inedita in Italia), la serie culto sul mondo pubblicitario negli anni 60, l'agenzia Starling & Cooper passa attraverso la fusione con l'agenzia inglese Puttnam, Powell & Lowe, finita poi malamente, e poi con la sua principale concorrente Cutler Gleason Chaough per poter vincere la gara per assucurarsi il cliente Chevrolet, creando però anche forti tensioni tra i soci delle rispettive agenzie.
Ma oggi nel 2013 le grandi operazioni non si fanno più tra le singole agenzie, bensì tra i grossi gruppi di comunicazione che possiedono non solo agenzie di advertising ma anche agenzie di pr, centri media e digital agency. La fusione franco-americana tra Publicis e Omnicom Group comunicata improvvisamente nel pomeriggio di domenica si inserisce in questo contesto, diventando leader mondiale del mercato pubblicitario con un fatturato complessivo di 23 miliardi di dollari e superando WPP, il gruppo inglese di Martin Sorrell, fino a l'altro ieri al vertice del comparto dell'advertising (con 17 miliardi di dollari di revenue).
Ma alla fine in questa fusione e conseguente ulteriore concentrazione del mercato della comunicazione, chi è che vince e chi perde?
Sicuramente a vincere è Maurice Levy a capo di Publicis, vero fautore dell'operazione, che a 71 anni non dovrà più pensare al proprio diretto successore, ma potrà pianificare in grande il futuro del proprio gruppo, al di là degli inevitabili problemi futuri con l'antitrust. L'altro grande vincitore è il vero asset di questi ultimi anni, ovvero i “big data”, l'enorme mole di dati e informazioni digitali che oggi permettono di prendere decisioni più efficaci e raggiungere precisamente il target: John Wren, CEO di Omnicom ha dichiarato che l'obiettivo dell'operazione è essere più forti nel settore digitale e nella pubblicità data-driven. Non dobbiamo però dimenticare che, in fondo, i dati non appartengono a Pubblicis Omnicom, bensì ai propri clienti. Paradossalmente, a vincere sono anche i concorrenti più piccoli: 130.000 dipendenti del gruppo significa burocrazia, lotte interne e decisioni pachidermiche. Brad Kay, presidente della piccola agenzia creativa indipendente SS+K ha dichiarato che i prossimi mesi saranno strategici per andare a caccia dei clienti più interessanti (e insoddisfatti) in casa Publicis-Omnicom.
A perdere in questa operazione – oltre a Martin Sorrell – sono proprio i clienti delle agenzie facente parti del gruppo (in casa Publicis c'è Saatchi&Saatchi e Leo Burnett, mentre in Omnicom le americane BBDO, DDB e TBWA). Oggi le aziende sono alla ricerca di una maggior agilità, di strutture snelle per prendere decisioni rapide, quasi in tempo reale, in un mondo complesso e in continua mutazione. E poi c'è il problema di risoluzione dei conflitti tra i propri clienti: Omnicom ha lavorato a lungo con Pepsi, mentre Coca-Cola è un cliente Publicis, stessi problemi con le “telefoniche” AT&T e Verizon, big-spender e acerrimi concorrenti del mercato.
In Mad Men problemi del genere – nel caso specifico si trattava di compagnie aeree e marchi di automobili - rischiano di far saltare più volte l'operazione (e i nervi dei soci), e si sa come la fiction riesca ad anticipare perfettamente la realtà.
Infine la grande sconfitta di questa mega-operazione potrebbe proprio essere la creatività. In fondo la pubblicità è un business molto semplice: le agenzie aiutano i clienti a far crescere il proprio business, costruendo e comunicando i brand e trovando nuovi clienti. Queste holding che si vengono a creare rischiano di aggiungere solo complessità, rimpastare organigrammi e far perdere tempo al lavoro quotidiano solo per far accrescere il valore finanziario del gruppo.


Monday, June 03, 2013

 

CANALE DI VENDITA

Ma chi l'ha detto che la televisione ha fatto il suo tempo? Dati ed esperienza personale dimostrano che le vendite in tv stanno vivendo una seconda giovinezza. E se fatte bene, tra fidelizzazione del cliente e qualità del servizio, sono meglio di internet. 

STUDIO - Marzo/Aprile 2013

Ogni tanto mi diverto a prendere i giornali di uno o due anni prima e rileggere gli articoli di dotti giornalisti ed esperti di settore che preconizzano il futuro prossimo venturo. E quasi mai ci azzeccano.
 L'ho fatto recentemente sull'argomento media e comunicazione. In questi articoli si prevedeva con sicumera la fine del medium televisivo: la moltiplicazione/frammentazione dei canali e la presenza di nuovi servizi web on demand erano solo alcune delle cause che avrebbero portato alla morte lenta e inesorabile del focolare domestico. Quello che era molto chiaro a tutti era l'assoluta perdita di rilevanza della tv: con l'avvento pervasivo della rete nelle case e sopratutto con la diffusione massiccia di dispositivi mobile, la capacità di creazione di consenso e la costruzione di opinione, sempre secondo gli autorevoli esperti, si sarebbe spostato dalla tv ai social network, dai volti televisivi agli influencers della rete.
I fatti di questi ultimi sei mesi ci dicono esattamente il contrario. La televisione vive, detta l'agenda, crea e direziona il consenso, influenza fortemente le notizie sugli altri media. Complice la crisi economica, molte più persone si fermano – e per più tempo – davanti al teleschermo. Come scrive Carlo Freccero nel suo ultimo saggio - “Televisione” (Bollati Bolinghieri) – la televisione è riuscita, attraverso le moderne tecnologie a prolungare l'esperienza intelliggibile ben oltre il tempo di visione, per cui il flusso si espande al di là del singolo programma e permea l'ambiente.
 In realtà c'è una cosa che in tv non funziona più come una volta, ed è la pubblicità. In Italia il calo della pubblicità in tv è stato del 15% (dati Nielsen). Lo sappiamo, le cose sono cambiate, l'advertising classico non ha più l'appeal che aveva negli scorsi decenni; la forma dialogica e relazionale della comunicazione su web è ritenuta più interessante non solo per i nativi digitali ma anche per le generazioni più adulte.
 Ah, e poi c'è il calo dei consumi.
 E se fosse proprio dai consumi il punto da cui far ripartire gli investimenti in tv?
 Proprio a spiegarmi meglio. Da alcuni anni una gran parte degli investimenti pubblicitari si è spostata dai media tradizionali verso il punto di vendita o, quantomeno, nelle prossimità del luogo o dell'atto d'acquisto. La grande quantità dei messaggi a cui siamo sottoposti durante il giorno ci confonde, gli acquisti sono sempre meno programmati e la lista della spesa si fa praticamente all'interno del punto vendita, magari condizionati dalle promozioni. Figlia della stessa tendenza, ormai matura e più che consolidata, è proprio la rilevante (anche se tardiva) crescita dell'e-commerce, che in Italia ha raggiunto un volume di affari di 12,8 mld di euro con un +25,5% rispetto al 2012 (dati Eurispes). Per farla breve, una coincidenza tra luogo di comunicazione e di vendita.

Nel mondo della tv questo tipo di esperienza fa tornare alla mente le “televendite”, una parola che in Italia evoca venditori dall'aspetto imbarazzante, urla, prodotti equivoci con la fregatura dietro l'angolo. A smentire questo vissuto da ottobre 2011 si è insediata in Italia QVC (acronimo di “Quality Value Convenience”), leader mondiale nel settore della tv commerce, con un investimento di 65 milioni di euro. Un altro paio di numeri per capire gli ordini di grandezza d QVC: 11.5 milioni di clienti nel 2011, un fatturato globale di 8,2 miliardi di dollari – con una crescita del 6% rispetto al 2010.
Una cosa seria.
Ho provato a immergermi per alcuni giorni nel canale (visibile nel canale 32 del Digitale Terrestre e 475 di Sky) e la prima cosa che percepisci è proprio la serietà. E il senso di fiducia. I presenter (guai a chiamarli venditore) sono i miglior commessi che tu possa trovare in un negozio, spesso coadiuvati da esperti che chiariscono ogni particolare del prodotto presentato, ma in modo umano, domestico, senza tante frasi fatte da imbonitore. Aldo Grasso ha scritto sul Corriere “La tv diventa il luogo ideale della «vetrinizzazione» della merce: il prodotto come favola, come racconto, come chimera”.
Ho cercato di vivere in prima persona l'esperienza: alle due di notte ho acquistato delle candele aromatiche Yankee Candles; il programma non era in diretta, ma al telefono ha risposto una persona molto gentile e disponibile. Le candele sono arrivate dopo due giorni. Poi mia moglie ha comprato un fondotinta Bare Minerals e, una volta provato e resa conto di aver sbagliato colore, lo ha rimandato indietro. Ogni cliente QVC ha sette giorni di tempo per rimandare indietro l'acquisto gratuitamente, e fino a trenta pagando solo la spedizione. Ci sono persone che per i vestiti ordinano 3 taglie diverse e poi rimandano indietro quelle che non vanno bene. Forse è anche per questo che il 95% delle vendite proviene da clienti soddisfatti che ripetono l’acquisto. Da QVC si vende di tutto, dagli accessori di cucina all'abbigliamento (specializzato per taglie forti). Sono fermamente convinto che la tv come medium di vendita, se ben fatta, potrebbe compensare l'endemico calo di investimenti pubblicitari.

Wednesday, April 24, 2013

 

LONG LONG PLAYING

Non solo nostalgia: vinile e vecchio negozio di dischi hanno creato ancora qualcosa da dire nel mercato della musica. Oggi è il Record Store Day.

 Il Foglio - 20 Aprile 2013


 “Il negozio puzza di fumo rancido, di umido, e di copertine plastificate, ed è stretto e squallido e sporco e stipato; questo è l’aspetto che deve avere un negozio di dischi, e solo i fan di Phil Collins amano i negozi dall’aria pulita e salubre come in un quartiere residenziale in periferia”. Poche righe per la descrizione di un mondo. Respingente per molti, ma attraente per quella tribù unita dall’amore ossessivo per la musica registrata su un supporto fonografico. Questa è la descrizione che Nick Hornby fa nel suo “Alta Fedeltà” di Championship Vinyl, il negozio di dischi di proprietà del protagonista del romanzo e che rappresenta qualcosa di più di un semplice luogo di lavoro. Il romanzo dello scrittore inglese uscì nel 1995: da allora sono trascorsi 18 anni dell'ordinaria convenzione cronologica, ma un eone se si considera quello che è successo nel mercato musicale. Nel 1995 stava appena nascendo Amazon (ma vendeva solo libri), non era ancora nato l'algoritmo di decompressione dei file musicali mp3, né Napster, né l'iPod, e tanto meno iTunes. Ah, e le musicassette avevano ancora un vasto mercato.
Al tempo c'erano tre principali categorie di negozi di dischi: da una parte i megastore, cioè le grandi catene globali, gli ipermercati della musica delle grandi città, le Tower Records (in USA), gl HMV, i Virgin Megastore (da noi in Italia i Ricordi Megastore e le Messaggerie Musicali), che soddisfacevano tutti i gusti musicali, specialmente i più popolari, e le cui vendite erano trainati da forti economie di scala e promozioni. C'erano poi i classici negozi di dischi, di piccole e medie dimensioni, quelli che stavano in provincia, magari in centro città, anch'esse di vocazione popolare, con la disponibilità dei principali successi e un esiguo repertorio di pop-rock e classica. E infine c'erano i cosiddetti negozi indipendenti, piccoli esercizi allocati generalmente in periferia, specializzati in rock o in sottogeneri, poco curati esteticamente, popolati principalmente da appassionati, primi fra tutti i gestori stessi dell'esercizio. In pratica quello descritto da Hornby. Dopo 18 anni e la rivoluzione digitale che ha travolto tutto il mondo musicale, quest'ultimi sono gli unici negozi che ancora strenuamente tentano di resistere. I megastore sono falliti perché non potevano più contare sui grandi numeri necessari a garantire la loro esistenza (Tower Records è fallita nel 2006; in Francia e in Italia stanno chiudendo Virgin e Fnac, e il gruppo HMV che nel 2006 valeva 850 milioni di sterline oggi è valutato circa 5 milioni, carico di debiti e con vendite in picchiata) e così anche i piccoli negozi generalisti, soffrendo della crisi delle vendite dei dischi, o hanno chiuso i battenti o hanno gradualmente ridotto lo spazio dedicato alla musica. Oggi vendono prevalentemente smartphone.
Anche moltissimi indipendenti hanno dovuto abbassare le saracinesche, però tra tutti sono quelli che continuano a resistere e, paradossalmente, per mantenere la loro sopravvivenza hanno continuato ad essere ancora più di nicchia, ancora più settoriali, rimettendo perfino sullo scaffale il vinile, che per molti sembrava ormai un supporto morto e sepolto, e le cui vendite sono le uniche in continua ascesa (nel 2012 le vendite globali sono arrivate a 177 milioni di dollari, un livello - a valore - che non si vedeva del 1997).
Per celebrare questa sorta di “fortezza di resistenza musicale” da circa sette anni è stato istituito il Record Store Day, un'iniziativa ideata tra gli altri da Jack White l’ex-leader dei White Stripes, artista e poli-strumentista, inizialmente per celebrare gli oltre 700 negozi di musica indipendente degli Stati Uniti, ma anche quelli presenti nel resto del mondo. L’idea è stata negli anni accolta con giubilo da pubblico e addetti ai lavori: questi ultimi hanno organizzato una serie di iniziative e offerte legate alla giornata che ogni anno promuove la vendita indipendente di dischi e vinili. Piccoli festival rock di fronte ai negozi e riedizioni di dischi limited edition di grandi successi. Quest'anno si svolgerà in tutto il mondo il 20 aprile e, per l'occasione, artisti che vanno da David Bowie ai Phoenix, dagli Stones agli XX, faranno uscire edizioni in vinile dei loro grandi successi.

Anche in Italia questo fermento artistico ha contagiato il mondo musicale: molti negozi e locali che hanno deciso di aderire proietteranno “Record Store Day”, intitolata “Last shop standing – The rise, fall and rebirth of the Independent record shop” un documentario girato da Pip Piper che descrive le dinamiche dei negozi di dischi negli ultimi cinquant'anni: dalla crescita capillare degli anni Sessanta con l'esplosione del rock come fenomeno di massa, alla crisi generata dall'avvento delle nuove tecnologie fino alle strategia di sopravvivenza per resistere alla crisi economica.
Il Teatro dal Verme di Milano, sempre il 20 aprile, sarà cornice della “Piazza della musica”, un luogo nel quale trovare il “Music crossing corner”, per lo scambio dei propri vinili usati, stand di alcuni negozi storici di dischi meneghini, oltre che alcuni incontri di approfondimento condotti, tra gli altri da Enrico Ruggeri, Luca De Gennaro, dj e direttore artistico di MTV Italia, lo scrittore Aldo Nove e il giornalista musicale Enzo Gentile. Altre iniziative del genere sono state organizzate a Torino, Roma, Bologna, Napoli e Firenze (maggiori informazioni sul sito www.recordstoreday.com ).
Ma chi pensa che questo sia l'ennesimo evento per nostalgici e collezionisti per raccogliere fondi e consensi al fine di salvare la specie in via di estinzione (il negozio di dischi, appunto) non è sulla strada giusta. Non è certo un caso che anche un colosso come Amazon - che, da un certo punto di vista, è tra le cause della rapida chiusura di molti record store – sia uno tra i promotori di questo Record Store Day. Sembra un paradosso, ma non lo è.
Il negozio indipendente di dischi rappresenta oggi un elemento paradigmatico che contiene caratteristiche e valori fondanti per il futuro del music biz. Questa occasione ci permette quindi di fare delle riflessioni sul mercato musicale e intercettare alcune linee di tendenza già in corso.
Negli ultimi anni si è sempre analizzato il mercato musicale focalizzando la lettura sulla smaterializzazione dei supporti, sull'emergere della musica liquida ed evanescente, composta di bit pronti ad essere facilmente piratati.
L'ennesima conferma che il disco non è più il fine ultimo di un progetto musicale, bensì uno dei tanti strumenti di promozione dell'artista o della band, una sorta di biglietto da visita per farsi conoscere e per poi monetizzare con altro (concerti, cessione dei diritti d'utilizzo delle canzoni per pubblicità o colonne sonore di film o serie tv, o altri tipi di sfruttamento commerciale..); lo stesso motivo per cui oggi non si parla più di mercato discografico, ma di mercato della musica (separata dal supporto) e che ha portato le case discografiche a diventare sempre più agenzie di management dei propri artisti. Concetti ormai ben digeriti e assimilati dagli addetti ai lavori (anche se, talvolta, in grande ritardo).
Tuttavia non è mai stato dato grande risalto all'importanza degli spazi, o meglio, dei luoghi della musica. Però i segnali sono piuttosto evidenti.
Al di là dell'influenza congiunturale della crisi dei consumi, da alcuni anni i concerti dal vivo rappresentano l'unico business che funziona in campo musicale: se è vero che i festival rock in Italia non riscuotono grande successo senza un headliner forte - quest'anno ad esempio non si terranno l'Heineken Jammin' Festival e il Rock in IdRho – mai come quest'anno il cartellone estivo dei concerti è così folto. Solo allo stadio di San Siro si esibiranno tra giugno e luglio Bruce Springsteen, Depeche Mode, i Bon Jovi, Robbie Williams e Jovanotti.

Anche i luoghi di produzione della musica diventano territori mitici di conoscenza e fonte di grandi narrazioni. In questa logica si spiega il successo del progetto “Sound City” film e disco, ideato da Dave Grohl che fu batterista dei Nirvana e ora leader della band dei Foo Fighters: Sound City è uno studio di registrazione di Los Angeles che esiste fin dagli anni 60, neanche uno dei più celebri e ricchi (non come il londinese Abbey Road o il newyorkese Avatar, ex-Power Station, per dire). Sound City è uno studio di registrazione bruttarello (si trova in un brutto capannone nella zona industriale di LA, il cui parcheggio spesso si allaga) e anche gli interni non sono esteticamente piacevoli, ma ha un gran bella console e una stanza che ha un suono perfetto per la batteria. Qui hanno inciso dai Fleedwood Mac a Johnny Cash, da Tom Petty ai Nirvana. Dave Grohl racconta questo piccolo grande luogo, attraverso storie e aneddoti memorabili, con un tono forse un po' nostalgico, ma fortemente emozionale. Il film e il disco (quest'ultimo inciso da un supergruppo formato da gente come Paul McCartney insieme a Trent Reznor e altri componenti di hard rock band americane) presentati al Sundance Festival, hanno avuto un clamoroso e inaspettato successo di pubblico e di critica per un piccolo documentario musicale. Sarà sicuramente uno dei tanti effetti della retromania, ma la magia del luogo continua ad avere il suo sostanziale impatto.
Ma torniamo ai negozi di dischi, o meglio, ai luoghi in cui si consuma/acqusta/ascolta musica, perché di questo in fondo si parla: l'impressione è che la cosiddetta “rivoluzione digitale” che vorrebbe vederci legati a doppio filo alla rete e ai nostri device per l'ascolto della musica, forse è sovrastimata. Il dipartimento Global Insights della EMI ha condotto quattro anni di ricerche raccogliendo dati, informazioni e feedback da oltre un milione di persone in tutto il mondo e i risultati sono stati presentati al SXSW, il grande festival-incontro per addetti ai lavori del music biz che si svolge ogni anno a Austin. La ricerca rivela che il 73 per cento non ha mai sentito parlare della "nuvola", il 68 per cento non conosce Shazam e il 67 per cento ignora cosa sia Spotify, il servizio di streaming presente da alcuni anni in tutto il mondo. La stessa ricerca rivela che oggi il fatturato discografico è generato per due terzi da supporti fisici e la radio resta lo strumento di ascolto e di scoperta musicale preferito davanti a cd, siti web, video su YouTube, file Mp3, concerti e festival, video musicali in televisione, servizi di streaming e, buon ultimi, i social network come Facebook e Twitter. Il fatto che la vecchia e cara radio sia ancora il primo medium di conoscenza e fruizione della musica deve far riflettere: la richiesta di una guida fidata che informa, consiglia e propone una selezione musicale, rimane un'esigenza fondamentale che trascende qualsiasi tipo di tecnologia, anzi, dove la presenza umana diventa un valore inestimabile.
In fondo i negozi di dischi, in particolare quelli indipendenti, non erano e non sono soltanto un semplice esercizio commerciale, ma soprattutto luoghi di incontro nei quali gli appassionati di musica si recano, magari il sabato pomeriggio, per vedersi con altri amici che condividono la stessa passione e con cui scambiare informazioni, opinioni, pareri, mentre si ascolta l'ultima novità o si scopre il vecchio disco di una band di culto. E le storie che generano questi rapporti, i personaggi che popolano il negozio e le richieste bizzarre degli avventori rappresentano un serbatoio narrativo straordinario che è stato alla base del successo del libro citato di Nick Hornby (e il film che lo ha seguito), ma anche di molti altri libri. Tra i tanti libri ci piace citare il divertentissimo “L'ultimo disco dei Mohicani” (Castelvecchi) di Maurizio Blatto, giornalista musicale proprietario di un negozio di dischi specializzato in vinili che, nelle pagine del libro, diventa l'ombelico di un mondo vorticante fatto di vezzi, vizi, felicità, ossessioni e brandelli di vita pulsante, tutti imperniati sulla musica contenuta in quegli oggetti circolari di materiale vinilico.

Non basta avere a disposizione tutta la discografia del mondo (Spotify e Deezer, due tra i principali servizi di streaming musicale garantiscono l'accesso istantaneo a un catalogo di 20 milioni di brani musicali), i filtri di affinità per selezionarla (“se ti piace questo, allora ti piace quest'altro”) e le persone con cui discuterne in rete, c'è ancora bisogno di quella figura che gli americani chiamano “curator”, ovvero di qualcuno che copra il ruolo di reale filtro e setaccio; quella figura perfettamente incarnata dal proprietario o commesso del negozio di dischi che, conoscendo i gusti del cliente, lo consiglia, gli fa ascoltare le novità, creando un'empatia e una relazione consolidata da una passione comune.
Ed è proprio su questo aspetto che si stanno concentrando i principali players del mondo musicale digitale, primo fra tutti Jimmy Iovine, uno dei nomi che ancora contano della discografia mondiale, con il grande pregio di guardare un po' più in avanti rispetto agli altri, celebre talent scout, produttore discografico, audiofilo e presidente del gruppo di etichette Interscope, Geffen e A&M Records per conto di Universal Music, nonché colui che è riuscito a trasformare un paio di costosissime cuffie (le Beats di Dr.Dre) in un oggetto del desiderio e un brand di culto al pari dell'iPod.
Lo scorso anno Iovine ha acquistato il servizio di streaming MOG per creare qualcosa di veramente nuovo legato proprio al marchio di cuffie. In una delle sue rare interviste ha dichiarato "La musica online in abbonamento, oggi, è ancora culturalmente inadeguata. I servizi di streaming hanno bisogno di sensazioni, hanno bisogno di cultura. Quel che la Apple con iTunes ha saputo fare per il mondo del download è molto, molto buono. Ma la musica in abbonamento ha ancora un grosso buco da colmare, e al momento non è soddisfacente” Continua Iovine anticipando il servizio che sta implementando insieme al suo sodale, il rapper Dr.Dre, e a Trent Reznor, leader dei Nine Nich Nails e premio Oscar per la colonna sonora di “The Social Network”. Continua Jimmy Iovine “C'è un oceano di musica là fuori, che nessuno si cura di selezionare e aggregare. Sto lavorando a una soluzione umana accanto a quella matematica, perché questa da sola non funziona". Accanto alla quantità e al vastissimo repertorio, tipico dei servizi streaming online, si affiancheranno migliaia di playlist curate da vari professionisti (dj, musicisti, produttori, influencers). Inoltre il know-how sviluppato grazie alla piattaforma tecnologica consentirà agli artisti di avere migliori informazioni sul profilo sociodemografico dei fan e ascoltatori. In pratica quello che ha in mente Iovine è il miglior record store globale indipendente mai esistito prima e che, per sua natura, non ha nessuna intenzione di distruggere tutto quel patrimonio che il prossimo sabato gli appassionati di musica celebreranno.

Sunday, August 12, 2012

 

BADMINTON / I piccoli antidoti degli sponsor per salvarsi dai crolli degli atleti olimpici



Il Foglio - 11 agosto 2012


Ed è solo alla fine che ci accorgiamo – ancora una volta, ogni quattro anni - che i Giochi Olimpici non sono né della nazione ospitante né dei paesi che vi partecipano. Le Olimpiadi, alla fine, le fanno gli atleti, le loro storie personali, le loro imprese, positive o negative che siano. Ed è quindi naturale che aziende e brand decidano di investire su di loro: sono questi campioni che riescono a comunicare come nessun altro sa fare, che guidano le emozioni e le aspettative del pubblico, e sono sempre loro che “fanno i numeri”.
Prendiamo uno come Usain Bolt, figlio del vento, il Muhammed Alì della pista atletica, superbo comunicatore non solo grazie alle sue performance leggendarie ma anche per la serie di gesti iconici da guascone talentuoso che seguono i suoi primati. Uno lo vede e dice che in fondo si merita i premi e i contratti multimilionari degli sponsor: e invece scopri che – secondo la classifica di Forbes degli sportivi più pagati uscita lo scorso mese – l'uomo più veloce del mondo si trova solo al 63° posto con 20,3 milioni di dollari (ma immaginiamo che dopo gli ori conquistati le cifre dei contratti aumenteranno di brutto); prima di lui ci sono ben quattro cestisti del Dream Team USA che partecipa a London 2012 e addirittura quel triste svizzero di Roger Federer che di soldi ne guadagna più del doppio (52,7 milioni di dollari).
Certo che per un'azienda è sempre rischioso investire milioni su un atleta, legandosi a filo doppio con i suoi risultati sportivi. Prendiamo ora Federica Pellegrini, la nuotatrice su cui l'Italia riponeva tutte le aspettative e tornata in Italia senza una medaglia: in realtà gli sponsor che la supportano (tra cui Armani, Yamamay, Barilla ed Enel) non sono affatto delusi, anzi, probabilmente aumenteranno l'ingaggio, che ora secondo i ben informati si aggira complessivamente intorno ai due milioni di euro l'anno. La “Fede nazionale” in realtà ha fatto il salto da atleta a personaggio pop, e quindi una partecipazione a Sanremo o la copertina su Vanity Fair valgono come un podio. Se non di più.
Per non parlare di Oscar Pistorius, l'atleta sudafricano che usa due protesi in titanio al posto delle gambe e che a Londra ha corso per la prima volta le discipline dei 400metri con i normodotati: anche in questo caso i risultati poco importano, la sua storia è, da sola, più che significativa per garantire sponsorizzazioni pari a circa 2,5 milioni di euro da parte di brand quali Nike, British Telecom e Oakley.
Ma i rischi degli sponsor ci sono, eccome. Chiedetelo a Ferrero, Garmin, Despar o Bmw e agli altri quattro sponsor che avevano associato la loro immagine a quella di Alex Schwazer, trovato positivo all'Epo, e che oggi, dopo aver fatto sparire le varie comunicazioni e immagini dell'atleta sui siti web e dove era ancora possibile farlo, si appellano ai loro avvocati e alla “clausola di recessione per comportamenti non etici o antisportivi” dei loro contratti.

Saturday, July 28, 2012

 

BADMINTON - SABATO 28 LUGLIO


Leggendo i giornali scopriamo che i Giochi inaugurati ieri sono le Olimpiadi di un sacco di cose. Sono i Giochi Olimpici della crisi, della presenza massiccia dei social network (che hanno già procurato una vittima, la saltatrice greca autrice di un tweet razzista e quindi eliminata dalle competizioni), della dimostrazione della potenza britannica, della pervasiva tecnologia mobile e della sicurezza soffocante.
Tra i 18400 soldati e 12500 poliziotti coinvolti per proteggere atleti e pubblico, farà parte anche un numeroso battaglione di “Brand Police”, letteralmente “guardiani dei marchi”.
Al grido di God Save The Sponsor, legioni di poliziotti vestiti con la divisa disegnata da Stella McCartney, sciameranno nella capitale inglese in cerca di eventuali tracce o tentativi di mostrare brand o pubblicità concorrenti dei partner ufficiali delle Olimpiadi. Tra i principali: Adidas (700 milioni per aver vestito gli oltre 70.000 addetti e volontari), McDonalds (sua la mega mensa del villaggio olimpico), Samsung, Visa, Coca-Cola e Procter&Gamble. Sebastian Coe, presidente del Comitato Organizzatore dei Giochi, ha dichiarato che le imboscate di marketing (“marketing ambush”) da parte di brand concorrenti non saranno tollerate, avvertendo anche gli spettatori di non indossare o usare marchi differenti dagli sponsor, affermazione in seguito ritrattata.
Comunque i consumatori compulsivi di Pepsi e Nike sono avvertiti.
  Piuttosto che le Olimpiadi della regina e del Giubileo di Diamante, quelli di London 2012 sembrano essere i giochi della famiglia Beckamp, simbolo tutto londinese del capitalismo pop e presenzialista. David ha partecipato all'inaugurazione di ieri sera, Victoria canterà alla cerimonia di chiusura con le Spice Girls. Per non parlare dei loro faccioni e corpi desnudi affissi in mezza Londra come testimonial di vari brand, oltre che del proprio.
E poi sono le Olimpiadi del logo più brutto e “ambiguo” della storia delle manifestazioni sportive. Ma di questo parliamo la prossima volta.

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